Sotto la pioggia, con più di 29.000 persone sugli spalti, il Barbera ha visto la partita più scomoda di questo inizio di stagione. È finita con il Palermo primo da solo: 13 punti in cinque giornate, quattro vittorie e un pareggio, che per il club sono il miglior avvio di sempre a questo punto del campionato.
Una settimana fa, chiudendo il pezzo sul Partenio, ci eravamo lasciati con una domanda: in casa, con i terzini di nuovo liberi di spingere, il Palermo avrebbe ritrovato la sua catena di sinistra, o anche lì la prima preoccupazione sarebbe stata non lasciare soli i centrali?
La risposta è arrivata due volte, al 44' e all'83', e porta sempre gli stessi due nomi.
Quello che il Padova aveva preparato
Calabro è arrivato al Barbera con il 3-5-2 e un'idea chiara: togliere al Palermo il primo passaggio. Fusi è andato a marcare Ranocchia a uomo, ovunque andasse, e per un tempo intero ha funzionato. Il nostro regista non riceveva mai, e quando si muoveva per liberarsi dalla marcatura lasciava aperto un corridoio davanti a Bani.
Quel corridoio era l'occasione della partita, e non l'abbiamo raccolta. A Bani bastava condurre il pallone dentro quello spazio per saltare la prima linea di pressione delle due punte e ritrovarsi il campo davanti, con i compagni improvvisamente liberi dalle marcature a uomo. Non è successo quasi mai. Palumbo ha provato a rimediare scendendo sotto la linea di centrocampo per offrire una sponda in più a chi doveva impostare, ma il punto resta: quando l'avversario ti marca il regista e il centrale non porta palla, l'uscita non esiste.
Da lì nasce la mezz'ora che tutti hanno visto. Il Padova ha preso il centro del campo, ha creato superiorità numerica in mezzo e poi l'ha spostata sulle fasce, e il Palermo ha pressato a strappi, con le linee lunghe e le distanze sbagliate. In quelle condizioni il pressing non è pressione: è una corsa che lascia buchi. Inzaghi, a fine gara, l'ha detto con parole sue: non siamo partiti come sempre, eravamo disordinati e senza la solita forza.
Il buco più grosso era in mezzo ai due centrali. Le punte del Padova venivano incontro, Bani e Ceccaroni le seguivano, e la linea si spezzava. Dietro restava la voragine, e gli ospiti ci hanno infilato combinazioni rapide, traversoni e imbucate. Hanno prodotto tiri, occasioni e soprattutto calci d'angolo: undici, contro i nostri sette.

Il gol del 7', e tutti quelli che non sono arrivati
Il vantaggio ospite nasce esattamente da lì. Calcio d'angolo, salto di Pastina, palla dentro. L'arbitro in prima battuta annulla, il VAR lo richiama e la rete è regolare.
La cosa che deve preoccupare però non è quel gol: è quello che è successo dopo. Sugli altri dieci angoli il Padova ha creato altre situazioni da rete, e in tutte c'era Fortin: su Giunti, su Seghetti, su un colpo di testa di Dellavalle. Per la seconda partita di fila il nostro portiere tiene in piedi il risultato, e per la seconda partita di fila la marcatura sui piazzati non convince.
C'è un dettaglio che va nella stessa direzione e che quasi nessuno ha notato, perché riguarda una cosa che non si è vista. Le nostre rimesse laterali lunghe, che a inizio stagione erano un'arma vera, sono due partite che non producono niente. Gli avversari hanno studiato il meccanismo e hanno preso le contromisure. Un'arma che funziona per tre giornate smette di essere una sorpresa alla quarta: è normale, ma va sostituita con qualcos'altro.
E c'è un'ultima cosa che dice molto sulla serata, ed è dalla parte del Padova. I suoi attaccanti non segnano da cinque giornate: tutto quello che questa squadra produce passa dai piazzati e dagli inserimenti, e infatti al Barbera il gol lo ha fatto un difensore centrale su calcio d'angolo. Il che rende il conto degli undici angoli ancora meno rassicurante per noi.
L'altro tema scomodo della prima ora sono stati gli inserimenti delle mezzali venete. Sfruttavano tempi e gamba, e il nostro centrocampo li ha seguiti male, Ranocchia e Palumbo più di Segre. Non è una questione di atteggiamento: se il regista è marcato a uomo e le mezzali avversarie ti attraversano alle spalle, qualcuno deve decidere chi va e chi resta.
Come il Palermo ha fatto male lo stesso
Qui arriva la parte bella, perché dentro un primo tempo così storto la squadra ha comunque trovato il modo di pareggiare, e lo ha fatto con il suo gioco, non con un episodio.
Il flusso è sempre lo stesso: il pallone va a sinistra, si sovraccarica quella corsia, Johnsen e Augello si cercano negli spazi interni fra il quinto e il centrale avversario, e mentre quei due si scambiano il pallone qualcuno attacca la profondità. Quel qualcuno, sabato, era Vavassori.
Il primo gol è un'imbucata di Johnsen per il movimento alle spalle della linea. Il secondo, quaranta minuti dopo, è la stessa identica cosa, con una lettura ancora migliore e un avversario saltato dentro l'area prima del tiro. Due palloni, due gol, ed è la prima doppietta in Serie B per un ragazzo del 2003 che si muove in area da centravanti con i piedi di un dieci.
Calabro se n'era accorto subito e aveva messo due uomini su Johnsen, il quinto e la mezzala di quel lato. È il complimento più grande che un allenatore possa fare a un avversario, ed è anche la ragione per cui gli spazi, alla lunga, si sono aperti altrove.
I cambi che hanno spostato la partita
All'intervallo Inzaghi tocca la difesa: dentro Magnani per Bani, dentro Cassandro per Pierozzi.
Il primo è il cambio che cambia la partita nella nostra metà campo. Magnani marca meglio, non si fa saltare, e soprattutto legge i lanci lunghi che il Padova continuava a mettere per le punte: anticipo di testa quando si poteva, recupero della profondità quando serviva. Le transizioni che nel primo tempo ci avevano tagliato in due diventano sterili. È lo stesso difetto che avevamo raccontato dopo Avellino, un centrale in difficoltà nell'uno contro uno in campo aperto, e questa volta è stato corretto dopo quarantacinque minuti invece che dopo il gol.
Il secondo arriva a un quarto d'ora dalla fine, ed è quello che decide. Gomes entra e cambia il ritmo in entrambe le fasi: recupera, si ripropone, porta palla. È da una sua conduzione sull'esterno sinistro che nasce l'ultima imbucata di Johnsen e il gol della vittoria.
In mezzo, attorno all'ora di gioco, c'è il momento in cui la partita gira: la pressione del Padova si allenta, le marcature si sciolgono, e il Palermo comincia finalmente a giocare nella metà campo avversaria. Da lì in avanti è quasi tutto rosanero, con gli attacchi esterni, gli scambi stretti, i palloni messi dietro la linea. Al 62' Ranocchia ha l'occasione per ribaltarla prima, e la spreca. Nel recupero Carissoni ferma Vavassori lanciato verso la porta e si fa espellere.
Quello che ancora non va
L'uscita da rimessa dal fondo, e non è la prima volta. Quando il Palermo prova a costruire dal basso sul lato sinistro sotto pressione, non trova né le rotazioni né le distanze giuste, e finisce per sbagliare. Succede da tre partite, ed è l'unica situazione in cui questa squadra, che ha buoni piedi in tutti i reparti, sembra non sapere dove andare.
La difesa dei calci d'angolo, con undici angoli concessi e più di una situazione pericolosa nata da lì.
E la gestione del pressing quando l'avversario ti attira in mezzo. Il Palermo pressa bene quando può alzarsi tutto insieme; quando l'avversario crea superiorità al centro, le linee si allungano e il pressing diventa un invito.
Il punto onesto
Calabro a fine gara ha detto che 17 tiri e 11 calci d'angolo al Barbera dicono quanto sia stata buona la prestazione del suo Padova, e che è stato punito dalla qualità dei singoli avversari sulle poche disattenzioni. Sulla mezz'ora iniziale ha ragione, e lo ha riconosciuto anche Inzaghi. Sui novanta minuti, però, i numeri dicono un'altra cosa, e conviene metterla giù chiara.
I gol attesi della partita sono 2,33 per il Palermo e 1,20 per il Padova. Le grandi occasioni 5 contro 1, i tiri 22 contro 20, quelli nello specchio 8 contro 5. Sui soli tiri in porta il conto si stringe, 1,80 contro 1,61, ed è il modo più preciso per dire come è andata: il Padova ha calciato poco verso la porta ma ha calciato bene, il Palermo ha costruito il doppio ed è stato meno pulito nell'ultimo gesto, con 3 grandi occasioni buttate via.
C'è poi il numero che spiega perché la partita è rimasta in bilico fino all'83'. Fortin ha fatto 4 parate e, secondo il modello, ha evitato 0,61 gol più di quanti ne avrebbe evitati un portiere qualunque al posto suo. Sorrentino, dall'altra parte, ne ha fatte 5 e sta a meno 0,20. Sono due portieri che hanno fatto il loro, ma uno solo dei due ha tenuto in piedi la squadra.
La lettura opposta alla nostra resta seria e va detta lo stesso: per mezz'ora il Palermo non è esistito, ha concesso undici angoli, e ha vinto grazie a due giocatori capaci di risolvere in dieci secondi una situazione che gli altri ventuno non risolvono in novanta minuti.
La nostra opinione è che siano vere tutte e due le cose, e che la seconda pesi di più. Le squadre che salgono non sono quelle che dominano ogni domenica: sono quelle che nelle giornate storte non perdono la testa e hanno qualcuno che cambia il risultato con un pallone. Sabato il Palermo ha fatto la partita peggiore delle ultime tre e l'ha vinta, ha corretto in corsa un problema difensivo che si portava dietro da una settimana, e ha trovato il gol con lo stesso meccanismo due volte. Inzaghi ha ricordato che per vincere il campionato serviranno 80 punti, e che per ora non è stato fatto niente: è il modo giusto di leggere una classifica dopo cinque giornate.

Adesso c'è la sosta, e arriva nel momento giusto per lavorare sulle due cose che tornano ogni domenica: l'uscita dal basso sotto pressione e la difesa sui piazzati.
Sabato 10 ottobre, alle 15, si va a Empoli. La domanda per quel giorno è se Ranocchia, marcato a uomo come sabato, troverà finalmente qualcuno che porti palla al posto suo.
T.L.
Si ringrazia Giuseppe Stagno per la relazione tecnico-tattica su cui è costruita questa analisi.
Vuoi vedere quanto ogni squadra merita davvero la sua classifica? Il Meritometro confronta punti veri e punti attesi. Per chi vuole i modelli e non i titoli, c'è la Nerd Zone.
