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Il Mistero Pinamonti: Condannato dai Numeri o Abbandonato dalla Squadra?
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Il Mistero Pinamonti: Condannato dai Numeri o Abbandonato dalla Squadra?

Analisi di un Capro Espiatorio Perfetto

Andrea Pinamonti è diventato, per una sorta di pigra inerzia intellettuale e per la frustrazione di una piazza abituata a ben altri palcoscenici offensivi, il capro espiatorio perfetto della stagione del Sassuolo. Quando la squadra non gira, quando la manovra ristagna e il tabellone luminoso rimane ostinatamente inchiodato sullo zero a zero, lo sguardo del tifoso medio e del commentatore generalista si sposta inevitabilmente verso il centro dell'attacco. E lì, sotto la lente d'ingrandimento di una critica spesso feroce e superficiale, c'è il numero nove. La narrativa dominante lo ha già condannato: Pinamonti non segna abbastanza, Pinamonti non è incisivo, Pinamonti non vale l'investimento fatto dalla società, non è l'erede naturale di Scamacca né tantomeno il nuovo Ciccio Caputo.

Ma in un'epoca in cui il calcio è stato letteralmente decodificato dai dati, limitarsi a guardare la casellina delle reti segnate per giudicare l'impatto di un centravanti è non solo anacronistico, ma rappresenta un vero e proprio insulto all'intelligenza analitica. Dobbiamo alzare il livello del dibattito, aprire i nostri database e sporcarci le mani con le metriche avanzate per capire cosa sta realmente succedendo là davanti.

Partiamo dai numeri base, quelli crudi, che alimentano il malcontento popolare. Fino a questo momento della stagione 2025/2026, Andrea Pinamonti ha messo a referto 8 gol a fronte di ben 2415 minuti giocati in campionato. Parliamo di una media realizzativa che viaggia su cifre ben lontane da quelle dei top scorer del torneo. La percezione visiva è quella di un attaccante che si è inceppato, che vaga spesso per il campo alla ricerca di palloni giocabili. Ma la colpa risiede interamente nei suoi scarpini o è il sintomo di una disfunzione tattica ben più profonda che affligge l'intero undici titolare?

Entriamo nel vivo del nostro tool di scouting e incrociamo i dati di produzione offensiva. Il suo indicatore di xG (Expected Goals) totale stagionale si attesta a quota 9.79. Questo è il primo vero spartiacque dell'analisi. Cosa ci dice questo numero? Ci dice che, calcolando la mole, la posizione e la pericolosità intrinseca delle occasioni da rete che Pinamonti ha avuto a disposizione, l'algoritmo si aspettava che segnasse quasi 10 gol. Ne ha fatti 8.

Qui il livello di scrupolo e di onestà intellettuale deve essere altissimo, senza fare sconti a nessuno: c'è una sottoperformance realizzativa innegabile. Pinamonti sta convertendo meno di quanto produce potenzialmente. Ha lasciato sul piatto quasi due reti "virtuali", dimostrando una fisiologica mancanza di quel cinismo chirurgico, di quella spietatezza da vero "killer" dell'area di rigore che trasforma una mezza occasione in una sentenza capitale. Questo è un limite tecnico e mentale su cui il giocatore deve lavorare. Ma, e c'è un "ma" grosso come le fondamenta del Mapei Stadium, fermarsi a questa constatazione significa ignorare il contesto.

La vera metrica da vivisezionare per capire il dramma sportivo di Pinamonti è la qualità media delle occasioni che riceve, ovvero il valore medio di xG per singolo tiro. Ed è qui che il banco degli imputati cambia improvvisamente occupante. I palloni che arrivano sui piedi o sulla testa del bomber neroverde sono per la stragrande maggioranza palloni "sporchi", prevedibili, lenti o disperati. Sono il frutto di lanci lunghi dalla difesa scavalcando il centrocampo, o di cross dalla trequarti effettuati con la difesa avversaria ampiamente schierata e in superiorità numerica all'interno dei propri sedici metri.

Analizzando le metriche di xA (Expected Assists) dei nostri centrocampisti e trequartisti, emerge un vuoto pneumatico di creatività. L'assenza di veri rifinitori, in grado di imbucare il pallone taglialinee o di smarcare l'attaccante davanti al portiere (le famose occasioni "big chance" ad alto coefficiente di xG), sta uccidendo il rendimento del terminale offensivo.

Come abbiamo evidenziato analizzando il crollo del baricentro di squadra, il Sassuolo oggi si difende basso. Questo significa che quando riconquista il pallone, Pinamonti si trova sistematicamente a quaranta metri dalla porta avversaria, completamente isolato. Gli viene richiesto un lavoro di sponda estenuante, massacrante dal punto di vista fisico e mentale. Deve proteggere palla spalle alla porta, prendere sportellate dai centrali difensivi, far salire la squadra e smistare sulle corsie laterali, per poi buttarsi in area con i polmoni in fiamme sperando in un cross decente, che spesso non arriva perché gli esterni faticano a risalire il campo.

Pinamonti non è diventato un brocco all'improvviso, e le sue doti balistiche non sono sparite nel nulla. È, drammaticamente, un terminale offensivo depotenziato e isolato in una squadra che ha smesso di produrre gioco pulito sulla trequarti. È un ingranaggio sovrautilizzato per compiti che esulano dalla pura finalizzazione. Chiedergli, in queste condizioni tattiche e di rifornimento, di reggere il peso dell'intero reparto da solo e di mettere a segno 15 o 20 gol stagionali non è solo tatticamente ingenuo, è matematicamente irragionevole.

I numeri lo inchiodano per qualche errore di troppo sotto porta, è vero, ma lo assolvono ampiamente dall'accusa principale: Andrea Pinamonti è una vittima del sistema Sassuolo molto più di quanto ne sia il problema. Se l'allenatore non troverà il modo di alzare la qualità della rifinitura e di riempire l'area di rigore con gli inserimenti delle mezzali per togliergli la pressione della marcatura a uomo, l'attaccante trentino continuerà a lottare nel fango, collezionando più lividi che gol, sotto i fischi ingenerosi di chi non sa, o non vuole, leggere la partita.