Mantova e Palermo hanno prodotto gli stessi gol attesi. È finita 0-2, e il perché sta in due conclusioni
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Analisi

Mantova e Palermo hanno prodotto gli stessi gol attesi. È finita 0-2, e il perché sta in due conclusioni

1,98 contro 1,98: al Martelli le due squadre hanno costruito la stessa identica quantità di pericolo. Poi Ruocco ha calciato a lato da 0,845 davanti alla porta vuota e venti minuti dopo Segre ha segnato da 0,866. Togliete quelle due e restano 1,13 contro 1,11. Dentro c'è il piano di Inzaghi, che a sette giorni da Empoli ha fatto l'esatto contrario.

Al Martelli c'erano 11.163 persone, la sciarpata della curva Te, il settore ospiti pieno di rosanero. Seconda contro prima, e la sensazione, per un tempo intero, che la giornata potesse finire male.

Sette giorni prima, chiudendo il pezzo sul Castellani, avevamo lasciato una domanda: con i terzini così alti e due centrali soli dietro, Inzaghi accetterà di concedere ancora quello che ha concesso a Empoli?

La risposta è arrivata, ed è il contrario di quello che aspettavamo. Non ha concesso di più. Ha smesso proprio di giocare a quel modo.

1,98 contro 1,98

Partiamo dal numero che ribalta la lettura di quasi tutte le cronache del giorno dopo, compresa in parte la nostra.

I gol attesi di questa partita sono 1,98 per il Mantova e 1,98 per il Palermo. Non è un arrotondamento gentile: le due squadre hanno costruito esattamente la stessa quantità di pericolo. La Serie B non entra nel nostro motore, quindi questi numeri non li calcoliamo noi, arrivano dal modello di FotMob, lo stesso che avevamo usato per Empoli.

Cambia parecchio, perché il racconto comune è quello di un Mantova padrone punito dal cinismo altrui. I primi quarantacinque minuti lo dicono, e sono veri. Il totale dei novanta no.

Mantova e Palermo a confronto: gol attesi totali, su azione, da palla ferma e valore dell'occasione più grande di ciascuna squadra

La differenza sta in dove le due squadre hanno costruito quel pericolo. Il Mantova ha tirato 15 volte, 8 dall'interno dell'area e 7 da fuori. Il Palermo ne ha tirate 13, ma 11 dall'interno e solo 2 da fuori. Stessa somma, posizioni diverse, e infatti le grandi occasioni sono 2 per il Mantova e 4 per il Palermo.

Le due conclusioni che hanno deciso tutto

Dentro quel pareggio di gol attesi ci sono due palloni che valgono quasi uguale, e sono l'uno la fotografia rovesciata dell'altro.

Al 41' Trimboli lancia Bragantini, il pallone attraversa tutta l'area e arriva a Ruocco davanti alla porta spalancata. Quella conclusione vale 0,845 gol attesi: entra più di otto volte su dieci. Ruocco calcia a lato.

Al 62' Pohjanpalo fa la sponda al centro, Palumbo conduce in campo aperto alle spalle della difesa e calcia in diagonale, Bardi respinge e sulla respinta arriva Segre, che si era mosso da dietro senza palla. Quella conclusione vale 0,866. Entra.

Sono le due occasioni più grandi della partita, e le separano due centesimi. Togliete a ciascuna squadra la sua, e quello che resta è 1,13 contro 1,11: due squadre identiche, divise da due gol.

Chi dice che il Palermo ha vinto grazie al cinismo sta dicendo, senza saperlo, una cosa sola: che Segre ha segnato il suo 0,866 e Ruocco ha sbagliato il suo 0,845. È vero, ed è anche l'unica differenza vera fra le due squadre in quei novanta minuti.

Quarantaquattro per cento, e non è un incidente

Il resto, però, è una scelta, e va raccontata perché è la cosa nuova della stagione.

A Empoli il Palermo aveva tirato 28 volte e tenuto l'avversario a 6 conclusioni. Al Martelli ne ha tirate 13 e ne ha concesse 15, con il 44% del possesso contro il 56% del Mantova. I passaggi completati nella metà campo avversaria raccontano la stessa storia in modo ancora più netto: 263 il Mantova, 111 il Palermo.

Non è un calo, è un piano, e l'allenatore l'ha detto prima ancora che glielo chiedessimo: nel primo tempo è stata una partita molto equilibrata, sapevamo della loro forza, dovevamo resistere e colpire.

Il Palermo a Empoli e sette giorni dopo a Mantova: tiri, tiri nello specchio, tiri concessi e gol subiti

Sotto palla la squadra è scivolata dal 4-2-3-1 a una linea di cinque, con quattro davanti e Pohjanpalo solo in avanti. I terzini, che al Castellani erano la fonte dell'ampiezza e anche dei due rigori concessi, sono rimasti dentro la linea. Augello ha fatto una partita di diagonali, non di sovrapposizioni.

I numeri difensivi lo confermano senza bisogno di commento: 19 contrasti contro 8, 12 intercetti contro 6. Il Palermo non ha subito la partita, l'ha difesa.

Chi scrive queste pagine ha passato un mese a spiegare che quella ampiezza era il motore e insieme il conto da pagare. Vederla spenta per scelta, nella partita più difficile, è il dato tecnico più importante della serata.

Come il Mantova si è preso il campo

Va detto, perché il primo tempo è stato loro e non per caso.

Francesco Modesto costruisce da tre dietro, con Tomašević, Cella e Castellini, e fa scendere uno dei due mediani fra i centrali per avere sempre un uomo in più sulla prima linea di pressione avversaria. Da lì il pallone va fuori, sui quinti fissati alti e larghi, mentre Ilie si muove dentro alle spalle di Ruocco e Bragantini a cercare lo spazio interno.

È un meccanismo che funziona, e per quarantacinque minuti ha funzionato. Il Mantova ha tenuto la squadra alta e corta, ha soffocato Ranocchia e Segre nel cerchio di centrocampo e ha riaggredito ogni pallone perso. I 28 tocchi dentro l'area avversaria, contro i 19 dei rosanero, sono il segno di una squadra che aveva preparato bene la partita.

E poi c'è il 41', che a quel punto della serata sembrava solo un rimpianto e invece era il risultato finale.

Il piano rosanero, e il prezzo che aveva

Qui c'è la parte che vale la pena raccontare, perché è la terza puntata della stessa storia.

Contro il Padova, a settembre, l'avversario aveva marcato Ranocchia a uomo e il Palermo si era ingolfato. A Empoli la risposta era stata Palumbo che scendeva a prendersi il pallone in una zona dove nessuno lo seguiva. Al Martelli il Mantova ha fatto la stessa cosa, con la variante di stringere il campo in avanti su entrambi i mediani, e la risposta è stata la terza possibile: non passare per il centrocampo. Palla lunga su Pohjanpalo, sponda, e verticale immediata su chi arriva da dietro.

Adesso però guardiamo quanto è costato, perché è qui che i numeri dicono una cosa che a occhio non si vede. Il Palermo ha vinto 9 duelli aerei su 38, il 24%, contro i 29 del Mantova. E dei lanci lunghi tentati ne ha completati il 33%, contro il 54% dei padroni di casa.

Detto senza girarci attorno: il piano della sponda, per la maggior parte della partita, non ha funzionato. Pohjanpalo perdeva quasi tre palloni aerei su quattro. Ha funzionato nel momento in cui serviva, al 62', e quel momento vale tre punti, ma chi lo racconta come un meccanismo collaudato sta leggendo il risultato e non la partita.

Inzaghi, d'altra parte, non ha mai fatto finta del contrario: certe volte bisogna saper giocare non di tacco e punta ma col coltello fra i denti, la squadra ha saputo essere sporca.

Perin, quattro parate e la porta che non si apriva

Delle 15 conclusioni del Mantova, 4 sono finite nello specchio della porta, e Perin le ha parate tutte e quattro.

La più importante arriva poco dopo la mezz'ora: Kouda avanza, scambia con Bragantini, cerca l'angolo lontano con un tiro a giro. Perin ci arriva. Sul corner seguente Tomašević manda di testa sul fondo, poi il portiere blocca anche la conclusione rasoterra dello stesso Kouda.

C'è un numero che misura esattamente il suo pomeriggio. I gol attesi calcolati sulle conclusioni finite nello specchio, quelli che tengono conto di dove va il pallone e non solo di dove parte, dicono 1,55 per il Mantova. Perin li ha portati a zero.

Era tornato titolare proprio quella sera, dopo il turno di Fortin a Empoli. Le pagelle gli hanno dato dal 6,5 al 7 su tutte le testate, e non per una parata sola. Il Palermo aveva subito gol in cinque partite di fila: quella di Mantova è la prima porta inviolata lontano da casa e la seconda della stagione, dopo l'uno a zero d'esordio con la Juve Stabia.

Il secondo gol, e cosa dicono insieme

L'86' è un'altra storia ancora. Vavassori rimette dentro, Cajazzo sbaglia il controllo al limite della propria area, Hernani, che era entrato da nove minuti, gli ruba il tempo e supera Bardi con uno scavetto. Vale 0,167, cioè una conclusione normale che diventa decisiva perché arriva a partita aperta.

Guardati insieme, i due gol raccontano la stessa cosa. Il Mantova teneva la linea alta per riaggredire subito, come gli ha chiesto il suo allenatore per tutta la partita, e in entrambe le occasioni ha perso il pallone senza nessuno in copertura preventiva, con i difensori scaglionati male a campo aperto. Non a caso il primo nasce in contropiede e il secondo da un errore in uscita.

Chi gioca così accetta quel rischio in cambio di tutto il resto. Per un'ora il Mantova aveva incassato il resto. Negli ultimi trenta minuti ha pagato il rischio, due volte.

Inzaghi, subito dopo il vantaggio, ha tolto Ranocchia per Estévez e ha abbassato ancora il baricentro. Non è stata una sostituzione di gambe, è stata una sostituzione per chiudere.

Quello che è costato, perché qui i conti si fanno anche vincendo

15 tiri concessi sono due volte e mezzo quelli concessi a Empoli sette giorni prima. Il primo tempo è stato un lungo esercizio di sopportazione: Ceccaroni ha sofferto Bragantini e ha preso 5,5 dal Giornale di Sicilia, Ranocchia lo stesso voto per aver faticato a trovare linee di passaggio.

E soprattutto c'è il 41'. Se Ruocco centra la porta spalancata, questo articolo si intitola in un altro modo e la lettura di tutto quello che avete letto fin qui cambia di segno.

Va detto, perché un piano che prevede di soffrire funziona finché l'avversario sbaglia. Il Palermo ha vinto perché ha concesso tanto e non ha concesso niente che Perin non arrivasse a prendere, e la differenza fra le due cose, dentro una singola partita, la fa anche la fortuna.

Quello che non è fortuna è il resto: 4 grandi occasioni costruite contro 2, undici conclusioni su tredici dall'interno dell'area, 19 contrasti vinti, zero gol subiti.

Il mea culpa di Modesto

Nella sala stampa del Martelli è successa una cosa rara, e merita di essere riportata.

Modesto non ha parlato di arbitro, di sfortuna o di episodi. Ha detto che nel primo tempo la sua squadra aveva fatto quasi la perfezione, e poi si è preso tutto il resto addosso: la comunicazione non mi è piaciuta, li ho messi in difficoltà io i miei giocatori, di solito quando devo sgridare lo faccio in privato e oggi l'ho fatto in pubblico, qualcuno è stato messo in ruoli non consoni, ho sbagliato alcune valutazioni.

Un allenatore che perde lo scontro diretto e attribuisce la sconfitta alle proprie scelte, davanti a 11 mila persone che lo avevano appena applaudito, è un fatto che nel calcio italiano non capita spesso.

Dove siamo

Diciannove punti in sette giornate, sei vittorie e un pareggio, ancora nessuna sconfitta, sedici gol fatti e sette subiti. Cinque punti sul Mantova secondo e sei su Pisa e Modena, appaiate a 13: il Modena ha perso a Carrara nello stesso pomeriggio, il Pisa ha vinto e lo ha raggiunto.

Ma il numero che conta davvero, per come la vediamo noi, non sta in classifica. È che in sette giorni questa squadra ha vinto fuori casa in due modi opposti: segnando 4 gol con 28 tiri e segnandone 2 con 13, tenendo il pallone e lasciandolo. Le squadre che salgono sono quelle che sanno fare entrambe le cose, e fino a un mese fa di questa ne conoscevamo una sola.

Inzaghi lo ha detto con la solita prudenza: siamo solo alla settima, la strada è lunga e tortuosa. Ha ragione, e non è scaramanzia. Una squadra che pareggia i gol attesi con la seconda della classe non è ancora una corazzata: è una squadra forte che quel giorno ha avuto il portiere migliore e l'attaccante più freddo, e sono due cose che a maggio contano quanto il gioco.

Sabato al Barbera arriva la Carrarese, che il Modena lo ha appena battuto. E la domanda per la prossima si capovolge rispetto a quella di oggi: adesso che sappiamo che questa squadra sa anche aspettare, cosa farà contro una che il pallone non vuole togliertelo, ma te lo lascia tutto davanti a una difesa chiusa?

Perché il piano del coltello fra i denti funziona quando l'avversario viene a prenderti. Al Barbera, di solito, non viene nessuno.

T.L.

Si ringrazia Giuseppe Stagno per la relazione tecnico-tattica su cui è costruita questa analisi. I gol attesi e le statistiche avanzate della partita sono del modello di FotMob.


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